To hector (in italiano qualcosa come tartassare, fare la lezione con prepotenza, redarguire dall'alto) significa fare la predica a qualcuno con l'aspettativa esplicita che dovrebbe già vergognarsi. Non discutere con lui, non persuaderlo, neanche proprio insultarlo: metterlo all'angolo con certezza morale e continuare a parlare. La parola nomina una particolare sfumatura del parlare prepotente, quella che vuole obbedienza più che accordo.
La parola è un nome proprio. Ettore era il figlio maggiore di re Priamo di Troia, il grande principe troiano dell'Iliade di Omero, un soldato ricordato per coraggio, misura e dignità nella sconfitta. Combatté una guerra che sapeva persa, salutò la moglie e il figlioletto in una delle scene più tenere della letteratura antica, e fu ucciso da Achille fuori dalle mura di Troia. Con qualsiasi metro ragionevole era l'eroe del poema. Come ha fatto allora il suo nome a diventare un verbo per indicare il bullismo? Attraverso Londra, nel diciassettesimo secolo.
Gli Hectors di Londra
Negli anni Cinquanta e Sessanta del Seicento, bande di giovani libertini scorrazzavano per le strade di Londra cercando rissa, molestando passanti e attaccando briga nelle taverne. Si facevano chiamare "Hectors" con la spavalderia di ragazzi che hanno letto giusto abbastanza dei classici da gratificarsi di un nome antico. L'ironia era loro sfuggita, o forse era deliberata: avevano preso il nome di un grande difensore e l'avevano usato come bandiera per una crudeltà di ordinaria gratuità.
Il nome è rimasto attaccato al comportamento, non alla fonte da cui era stato preso in prestito. Già negli anni Sessanta del Seicento "to hector" voleva dire fare lo spaccone, fare il bullo, mettere paura a parole. Nel giro di una generazione l'eroico Ettore era stato tirato giù dentro al verbo, e la parola che aveva regalato all'inglese non aveva più niente a che fare con lui. Un nome lo si può rubare in questo modo, e una volta che abbastanza bocche lo hanno usato per la cosa sbagliata, il proprietario originale non può più riprenderselo.
La forma dell'hectoring
L'hectoring si riconosce soprattutto per ciò che non è. Non è discussione: una discussione concede che l'altra parte possa avere un punto. Non è persuasione: la persuasione prende sul serio la resistenza di chi ascolta abbastanza da rispondervi. Non è rabbia: la rabbia ha una fine. Hectoring è l'insistenza costante e moralmente sicura che l'altra persona dovrebbe saperlo già, mantenuta ben oltre il punto in cui un disaccordo concreto sia ancora in gioco.
Internet gli ha fatto un gran bene. Thread, risposte, quote tweet, sezioni commenti: ogni formato premia chi non si ferma. Il tono dell'hectoring è migrato comodamente dalla taverna seicentesca al feed moderno, dove il pubblico è più grande e chi ascolta non se ne può andare con la stessa facilità.
La parola è usata quasi sempre in tono di disapprovazione, cosa insolita per un verbo nato come autocelebrazione. Chiamare qualcuno hector è già un piccolo rifiuto di esserlo. C'è qualcosa di giusto in questo. L'unica risposta che gli Hectors originali non si guadagnarono fu proprio quella che volevano, cioè il rispetto.