A giugno del 2026, a cinquantuno anni, ho ricevuto una diagnosi di Disturbo dello Spettro dell'Autismo, livello 1, quello che una volta si chiamava "autismo ad alto funzionamento" o, in molti casi, "sindrome di Asperger". Non è stata una sorpresa. È stata, semmai, una conferma. Ma andiamo con ordine.
Prima
Per la maggior parte della mia vita ho avuto la sensazione di essere fatto in un modo leggermente diverso dagli altri, senza riuscire a dare un nome a quella differenza. Alle elementari e alle medie andavo bene senza sforzo. Poi al liceo, quando le richieste sono aumentate e le dinamiche sociali si sono fatte più complesse, qualcosa si è inceppato. Due bocciature, la sensazione costante di essere inadeguato, di essere diverso. Pochi amici, spesso uno solo, spesso più grande di me. Le prese in giro dei compagni che non aiutavano.
Intorno ai vent'anni sono arrivati ansia, depressione e agorafobia. Da lì in poi, decenni di psicoterapia. Utile, per carità, ma era come curare i sintomi senza mai trovare la causa. Nessuno, me compreso, si era mai chiesto se sotto ci fosse dell'altro.
Nel frattempo la vita andava avanti. Una carriera da consulente informatico, la musica, la radio. Passioni intense, totalizzanti, quelle che oggi so chiamare "interessi circoscritti" e che allora erano semplicemente il mio mondo. Un modo di comunicare diretto, onestissimo, che a volte creava attriti sul lavoro: io avevo bisogno di indicazioni chiare ed esplicite, e quando non arrivavano mi irritavo. Fatica a seguire conversazioni lunghe e articolate. Fatica a leggere i segnali non verbali degli altri, compensata da uno sforzo cosciente e continuo di analisi. Sensibilità a certi rumori, certi odori, certe consistenze. Il sovraccarico nelle situazioni sociali molto stimolanti, e quella tendenza a evitarle che per anni ho chiamato solo "ansia".
E poi il masking: quella recita costante, in gran parte inconsapevole, con cui impari a sembrare come gli altri si aspettano che tu sia. Funziona, ma ha un costo altissimo che paghi in stanchezza, ansia e autostima.
Il lavoro da remoto, arrivato con la pandemia, è stato un indizio importante. La mia qualità di vita è migliorata in modo netto. Non era pigrizia o asocialità: era che il mio sistema nervoso, finalmente, non doveva più gestire ogni giorno un ambiente sensorialmente e socialmente ostile.
Il percorso
A un certo punto ho iniziato a leggere di neurodivergenze e mi sono riconosciuto in troppe cose per far finta di niente. Ho deciso di fare un accertamento serio: colloqui clinici, interviste strutturate secondo i criteri del DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione), test cognitivi, questionari, e anche un'intervista a mia madre per ricostruire com'ero da bambino.
Il risultato: Disturbo dello Spettro dell'Autismo (codice F84.0), livello 1, senza compromissione del funzionamento intellettivo e con linguaggio funzionale.
Cosa vuol dire, in pratica
Lo spettro autistico nel DSM-5 è descritto su tre livelli, che indicano quanto supporto serve a una persona. Il livello 1 è quello che richiede meno supporto: le difficoltà ci sono, sono reali e causano una sofferenza clinicamente significativa, ma senza aiuti costanti nella vita quotidiana. "Alto funzionamento" significa che l'intelligenza è nella norma o sopra (nel mio caso il test cognitivo ha dato risultati alti) e che il linguaggio è pienamente sviluppato.
Attenzione però a un equivoco comune: livello 1 non vuol dire "un po' autistico" o "autistico leggero". Vuol dire che le difficoltà sono meno visibili dall'esterno, spesso proprio perché una vita di masking le ha nascoste bene. Il rovescio della medaglia è che chi è al livello 1 passa decenni senza diagnosi, accumulando ansia, depressione e burnout come effetti collaterali di un funzionamento mai riconosciuto. Non a caso la valutazione ha concluso che la mia sintomatologia ansiosa si è molto probabilmente sviluppata in modo secondario alle difficoltà legate allo spettro autistico. Trent'anni a curare l'effetto, senza conoscere la causa.
In concreto, per me il livello 1 significa: bisogno di comunicazione diretta, fatica nelle dinamiche di gruppo e preferenza per le interazioni uno a uno, routine che danno prevedibilità, difficoltà con i cambiamenti, sensibilità sensoriali, interessi profondi e duraturi, e un costo energetico delle situazioni sociali che gli altri non vedono.
Dopo
La diagnosi non ha cambiato chi sono. Ero autistico anche il giorno prima, lo sono stato per cinquantun anni. Quello che è cambiato è la chiave di lettura. Episodi, fatiche e fallimenti che per decenni ho attribuito a difetti di carattere ora hanno una spiegazione coerente. Non ero sbagliato: ero un sistema operativo diverso che cercava di eseguire software scritto per un altro sistema.
C'è sollievo, tanto. C'è anche un po' di lutto per tutto il tempo passato a combattere contro me stesso senza saperlo, e per quello che sarebbe potuto essere diverso con una diagnosi arrivata prima. Le due cose convivono.
E c'è, soprattutto, la possibilità di ripartire da dati corretti. Ora so di cosa ho bisogno: ambienti prevedibili, comunicazione esplicita, tempo per ricaricarmi dopo le interazioni sociali, rispetto per le mie sensibilità. Non sono capricci, sono requisiti di sistema.
Se ti riconosci in qualcosa di quello che ho scritto, sappi che un accertamento in età adulta è possibile e ha senso a qualunque età. Capire come funzioni davvero non è un'etichetta: è una mappa. E dopo una vita passata a navigare a vista, avere una mappa cambia tutto.