Mirko Caserta

Cosa Crea Una Buona Cultura Ingegneristica?

Stavo leggendo la risposta di Edmond Lau’s alla domanda “Cosa crea una buona cultura ingegneristica?”

Tutti i punti esposti sono molto interessanti e validi. Tuttavia, nella mia esperienza, due punti sono prerequisito essenziale per il senso più ampio del discorso:

  • 20%:

    considerare l’ingegneria del software come una scienza puramente tecnica, se non addirittura meccanica (ho il problema X, le soluzioni conosciute sono Y e Z, ne scelgo una e buonanotte) è, lasciamelo dire, una grossa cazzata. Qualsiasi problema tecnico ha bisogno di grosse dosi di creatività per essere risolto al meglio. Quando si pensa alla creatività, viene in mente il mondo della musica, della pittura, dell’arte più in generale. Ma cos’è l’arte se non lo studio approfondito della teoria e della pratica di un determinato mestiere? La creatività non è nulla di magico e/o artistico. La creatività è la capacità di entrare nel dettaglio di ogni singolo elemento di un problema e, allo stesso tempo, avere una visione dall’alto che permetta di vedere il quadro nel suo insieme. È la capacità di vedere le foglie degli alberi ma anche la foresta. Non lo dico io, lo dice gente che ha studiato l’argomento.

    Dedicare una piccola percentuale stabilita dell’orario lavorativo alla soluzione di problemi che non hanno nulla a che vedere con i progetti su cui si sta lavorando permette di creare le condizioni per la serendipità che si verifica quando idee e campi apparentemente scollegati fra loro si incrociano.

    L’ingegnere che sta lavorando nel 20% del suo tempo al progetto di sua invenzione, scoprirà sicuramente una serie di idee che troveranno applicazione nei progetti per cui è pagato. Senza contare il fatto che una persona che si sente creativa nel suo lavoro (secondo la definizione di creatività che ho appena dato) è una persona motivata, lavora meglio e raggiunge gli obiettivi in 1/4 del tempo di una persona non motivata.

  • costruire una cultura di studio e miglioramento continuo:

    se fai l’ingegnere del software con lo stesso spirito con cui alcune persone (e sottolineo alcune, per fortuna) affrontano un lavoro al ministero, faresti meglio a cambiare mestiere. È impensabile lavorare con i computer e non essere costantemente aggiornato sugli sviluppi degli strumenti a nostra disposizione. Per strumenti intendo linguaggi di programmazione, sistemi operativi, IDE, librerie software, ecc. Se pensi che la tua conoscenza attuale ti permetterà di sopravvivere in questo mestiere per più di un anno, lasciamelo dire, sei un bel cazzone: ti troverai molto presto a dover cercare un nuovo datore di lavoro. Se la tua azienda non promuove lo studio e l’approfondimento delle nuove tecnologie (questo è prima di tutto un grosso problema per l’azienda stessa, forse faresti meglio a cercarne una più illuminata), fallo da solo, senza aspettare che arrivi qualcuno a dirti cosa devi fare per migliorare.

    Nel piccolo della mia esperienza, ho sempre cercato di studiare nei tempi morti fra un progetto e un altro o quando un progetto era in una fase più tranquilla (eventualità piuttosto rara, ma non impossibile). Oggi, con le conoscenze accumulate in ore e ore di studio costante nei tempi morti (e nel tempo libero), dal punto di vista tecnico, gli faccio un mazzo così a tutti i colleghi che non hanno abbracciato la filosofia del miglioramento costante e continuo. Chiedilo a quelli che ,in ufficio, quando devono risolvere un problema, si rivolgono a me e alle persone che adottano la mia stessa filosofia.

Un punto che non è presente nella risposta di Edmond Lau è il valore della condivisione. Noi italiani siamo particolarmente stronzi da questo punto di vista perché ci hanno insegnato che quando impariamo una cosa nuova, è bene tenercela per noi perché questo ci dà un vantaggio sugli altri. Vorrei solo citare due argomenti a controbattere questo tipo di mentalità:

  • l’argomento Linus Torvalds: pensi che Linus sarebbe Linus e Linux sarebbe Linux se Linus avesse pensato: “questo codice è proprio fico, me lo terrò tutto per me perché questo mi darà un vantaggio nella vita”?
  • l’argomento Sara Lando: quando ho iniziato a interessarmi di fotografia digitale, c’era questo blog in cui Sara pubblicava degli articoli sulla Ghettofotografia, che Sara stessa definisce, con l’understatement che le è tipico, come “un paio di biechissimi barbatrucchi per fare meno fatica quando si ha a che fare con attrezzatura limitata”. Ora non riesco a ritrovare il link al post ma, sostanzialmente, un bel giorno Sara ha scritto che per lei, scrivere di Ghettofotografia è il modo migliore per imparare cose nuove perché ogni volta che descrive come risolve un certo problema, ci sono almeno 2/3 persone che commentano descrivendo modi più paraculi ed efficaci dei suoi. E Sara è il tipo di persona che ha pubblicato un corso di fotografia digitale per il Corriere della Sera.

Con questo credo di averti tediato abbastanza.

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